Il Mercato del Pesce

Cesenatico

Vorrei raccontare quello che a Cesenatico è stato perduto. Eravamo uno dei più grandi porti per la pesca del tonno rosso ma nessuno lo sa, e non voglio che questa storia si dimentichi. Negli anni cinquanta sono venuti i pescatori di Grado a insegnarci, poi noi abbiamo insegnato a quelli di Pescara. Quando la pesca […]

Cesenatico

Il Mercato del Pesce

Vorrei raccontare quello che a Cesenatico è stato perduto. Eravamo uno dei più grandi porti per la pesca del tonno rosso ma nessuno lo sa, e non voglio che questa storia si dimentichi. Negli anni cinquanta sono venuti i pescatori di Grado a insegnarci, poi noi abbiamo insegnato a quelli di Pescara. Quando la pesca […]

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Il Mercato del Pesce

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Vorrei raccontare quello che a Cesenatico è stato perduto.
Eravamo uno dei più grandi porti per la pesca del tonno rosso ma nessuno lo sa, e non voglio che questa storia si dimentichi.
Negli anni cinquanta sono venuti i pescatori di Grado a insegnarci, poi noi abbiamo insegnato a quelli di Pescara.
Quando la pesca del tonno ha iniziato a muovere un giro di affari importante, sono state prima introdotte le quote, e poi, nel 2008, ci hanno tolto le licenze.

Questa non era solo una pesca, era un evento. Io ho avuto la fortuna di viverla negli ultimi anni, quando ero solo un ragazzo.
In primavera, quando l’aria si faceva più calda, i tonni arrivavano in branco.
Terminata la stagione del pesce azzurro, le barche venivano armate per la pesca a tonnara, le cabine smantellate, montati gli argani.
Si girava al largo, 20, 50, 70 miglia dalla costa.

Ritorno con la memoria a quei giorni.
Quando esci di casa, sai già che tempo farà in base alla temperatura, all’umidità, persino all’odore.
All’inizio si parte esaltati, ma gli avvistamenti richiedono anche settimane. Subentrano la noia, l’avvilimento. Anche se li avvisti, i tonni li prendi una volta su cento.
Dalla mattina alla sera col binocolo, fermi per cogliere un movimento impercettibile dell’acqua, anche solo sentire l’odore. Fino a quando i tonni escono con la pinna o “fanno la macchia”, quella sagoma scura del branco che finalmente si distingue dall’alto del peschereccio.
Quando li vedi ti viene la pelle d’oca, è una pesca da brividi, l’unica che dà emozioni così grandi. Aspetti, aspetti, poi all’improvviso c’è questo universo che si svela e lo devi affrontare.
La rete viene calata intorno a circuizione. Ogni “cala” è indimenticabile, legata a un luogo preciso, ad aneddoti precisi: chi ha rotto la rete, chi ha preso una tartaruga gigante…

I tonni venivano tolti a mano dalla rete, uno a uno. Io, che ero ancora un ragazzo, mi ci tuffavo dentro, era una strana sensazione sentire gli animali muoversi sotto di me. Di notte facevo la guardia, per controllare che le navi di passaggio non ci speronassero. Mi sdraiavo sulla rete a guardare le stelle.

Quando tornavamo a terra, tutti ci venivano a vedere: non solo le famiglie che ci aspettavano, ma la città intera. Avevamo il telefono satellitare e i vecchi pescatori ci chiamavano per sapere se “avevamo preso”. Poi si spargeva la voce: “Arrivano! Arrivano!”
Il punto di appoggio era qui, il mercato ittico, e questa la banchina su cui si radunavano i compratori. A scaricare i pesci ci volevano un giorno o due. Siamo arrivati a pescare mille quintali, un tonno può pesare 20, 50, 200 chili: servivano argani, bilici, tutti dovevano dare una mano. La vendita la gestiva l’astatore, cui i potenziali acquirenti sussurravano nell’orecchio la propria offerta. Questa pesca dava da vivere a più di 200 famiglie.

I pescatori anziani che oggi incontro sulla banchina, qui al porto, hanno bisogno di raccontare, ma a volte non sanno come farlo, o a chi rivolgersi. Allora faccio tante domande, domande precise, per riannodare tutti i fili, “legare insieme” le storie, ricomporre i loro racconti frammentati, intessuti di gesti e di parole che non si trovano sul vocabolario, talvolta neanche nel dialetto.
Perché in mare sei una persona diversa, non c’è tempo per parlare, e quando ritorni a terra le tue storie rimangono sulla barca.

Audio Track transcription

Vorrei raccontare quello che a Cesenatico è stato perduto.
Eravamo uno dei più grandi porti per la pesca del tonno rosso ma nessuno lo sa, e non voglio che questa storia si dimentichi.
Negli anni cinquanta sono venuti i pescatori di Grado a insegnarci, poi noi abbiamo insegnato a quelli di Pescara.
Quando la pesca del tonno ha iniziato a muovere un giro di affari importante, sono state prima introdotte le quote, e poi, nel 2008, ci hanno tolto le licenze.

Questa non era solo una pesca, era un evento. Io ho avuto la fortuna di viverla negli ultimi anni, quando ero solo un ragazzo.
In primavera, quando l’aria si faceva più calda, i tonni arrivavano in branco.
Terminata la stagione del pesce azzurro, le barche venivano armate per la pesca a tonnara, le cabine smantellate, montati gli argani.
Si girava al largo, 20, 50, 70 miglia dalla costa.

Ritorno con la memoria a quei giorni.
Quando esci di casa, sai già che tempo farà in base alla temperatura, all’umidità, persino all’odore.
All’inizio si parte esaltati, ma gli avvistamenti richiedono anche settimane. Subentrano la noia, l’avvilimento. Anche se li avvisti, i tonni li prendi una volta su cento.
Dalla mattina alla sera col binocolo, fermi per cogliere un movimento impercettibile dell’acqua, anche solo sentire l’odore. Fino a quando i tonni escono con la pinna o “fanno la macchia”, quella sagoma scura del branco che finalmente si distingue dall’alto del peschereccio.
Quando li vedi ti viene la pelle d’oca, è una pesca da brividi, l’unica che dà emozioni così grandi. Aspetti, aspetti, poi all’improvviso c’è questo universo che si svela e lo devi affrontare.
La rete viene calata intorno a circuizione. Ogni “cala” è indimenticabile, legata a un luogo preciso, ad aneddoti precisi: chi ha rotto la rete, chi ha preso una tartaruga gigante…

I tonni venivano tolti a mano dalla rete, uno a uno. Io, che ero ancora un ragazzo, mi ci tuffavo dentro, era una strana sensazione sentire gli animali muoversi sotto di me. Di notte facevo la guardia, per controllare che le navi di passaggio non ci speronassero. Mi sdraiavo sulla rete a guardare le stelle.

Quando tornavamo a terra, tutti ci venivano a vedere: non solo le famiglie che ci aspettavano, ma la città intera. Avevamo il telefono satellitare e i vecchi pescatori ci chiamavano per sapere se “avevamo preso”. Poi si spargeva la voce: “Arrivano! Arrivano!”
Il punto di appoggio era qui, il mercato ittico, e questa la banchina su cui si radunavano i compratori. A scaricare i pesci ci volevano un giorno o due. Siamo arrivati a pescare mille quintali, un tonno può pesare 20, 50, 200 chili: servivano argani, bilici, tutti dovevano dare una mano. La vendita la gestiva l’astatore, cui i potenziali acquirenti sussurravano nell’orecchio la propria offerta. Questa pesca dava da vivere a più di 200 famiglie.

I pescatori anziani che oggi incontro sulla banchina, qui al porto, hanno bisogno di raccontare, ma a volte non sanno come farlo, o a chi rivolgersi. Allora faccio tante domande, domande precise, per riannodare tutti i fili, “legare insieme” le storie, ricomporre i loro racconti frammentati, intessuti di gesti e di parole che non si trovano sul vocabolario, talvolta neanche nel dialetto.
Perché in mare sei una persona diversa, non c’è tempo per parlare, e quando ritorni a terra le tue storie rimangono sulla barca.

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Vorrei raccontare quello che a Cesenatico è stato perduto.
Eravamo uno dei più grandi porti per la pesca del tonno rosso ma nessuno lo sa, e non voglio che questa storia si dimentichi.
Negli anni cinquanta sono venuti i pescatori di Grado a insegnarci, poi noi abbiamo insegnato a quelli di Pescara.
Quando la pesca del tonno ha iniziato a muovere un giro di affari importante, sono state prima introdotte le quote, e poi, nel 2008, ci hanno tolto le licenze.

Questa non era solo una pesca, era un evento. Io ho avuto la fortuna di viverla negli ultimi anni, quando ero solo un ragazzo.
In primavera, quando l’aria si faceva più calda, i tonni arrivavano in branco.
Terminata la stagione del pesce azzurro, le barche venivano armate per la pesca a tonnara, le cabine smantellate, montati gli argani.
Si girava al largo, 20, 50, 70 miglia dalla costa.

Ritorno con la memoria a quei giorni.
Quando esci di casa, sai già che tempo farà in base alla temperatura, all’umidità, persino all’odore.
All’inizio si parte esaltati, ma gli avvistamenti richiedono anche settimane. Subentrano la noia, l’avvilimento. Anche se li avvisti, i tonni li prendi una volta su cento.
Dalla mattina alla sera col binocolo, fermi per cogliere un movimento impercettibile dell’acqua, anche solo sentire l’odore. Fino a quando i tonni escono con la pinna o “fanno la macchia”, quella sagoma scura del branco che finalmente si distingue dall’alto del peschereccio.
Quando li vedi ti viene la pelle d’oca, è una pesca da brividi, l’unica che dà emozioni così grandi. Aspetti, aspetti, poi all’improvviso c’è questo universo che si svela e lo devi affrontare.
La rete viene calata intorno a circuizione. Ogni “cala” è indimenticabile, legata a un luogo preciso, ad aneddoti precisi: chi ha rotto la rete, chi ha preso una tartaruga gigante…

I tonni venivano tolti a mano dalla rete, uno a uno. Io, che ero ancora un ragazzo, mi ci tuffavo dentro, era una strana sensazione sentire gli animali muoversi sotto di me. Di notte facevo la guardia, per controllare che le navi di passaggio non ci speronassero. Mi sdraiavo sulla rete a guardare le stelle.

Quando tornavamo a terra, tutti ci venivano a vedere: non solo le famiglie che ci aspettavano, ma la città intera. Avevamo il telefono satellitare e i vecchi pescatori ci chiamavano per sapere se “avevamo preso”. Poi si spargeva la voce: “Arrivano! Arrivano!”
Il punto di appoggio era qui, il mercato ittico, e questa la banchina su cui si radunavano i compratori. A scaricare i pesci ci volevano un giorno o due. Siamo arrivati a pescare mille quintali, un tonno può pesare 20, 50, 200 chili: servivano argani, bilici, tutti dovevano dare una mano. La vendita la gestiva l’astatore, cui i potenziali acquirenti sussurravano nell’orecchio la propria offerta. Questa pesca dava da vivere a più di 200 famiglie.

I pescatori anziani che oggi incontro sulla banchina, qui al porto, hanno bisogno di raccontare, ma a volte non sanno come farlo, o a chi rivolgersi. Allora faccio tante domande, domande precise, per riannodare tutti i fili, “legare insieme” le storie, ricomporre i loro racconti frammentati, intessuti di gesti e di parole che non si trovano sul vocabolario, talvolta neanche nel dialetto.
Perché in mare sei una persona diversa, non c’è tempo per parlare, e quando ritorni a terra le tue storie rimangono sulla barca.

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Fabio Lacchini

Pescatore
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